Enzo Guidotto PACECO PREISTORICA – 1

LA SCOPERTA DELL’ANTICA ETÀ DELLA PIETRA

Tra Malummèri e Sciarotta, più di mezzo secolo fa, furono rinvenuti, oltre al copioso materiale risalente al paleolitico superiore, alcuni manufatti attribuibili all’Uomo dì Neanderthal. Il pregiudizievole “pensiero dominante” impose però di sostenere, a chi li studiò la pri­ma volta, che tutti i reperti erano stati opera dell’Uomo sapiens vis­suto nella fase finale dell’antica età della pietra. Dal 1951 gli stru­menti litici e gli avanzi di pasto delle popolazioni di quel lontano passato sono rinchiusi nei magazzini del Museo “Pepali”, perché la promessa di esperii al pubblico, fatta dal direttore dell’epoca, non è mai stata mantenuta per la scarsa sensibilità di chi stava più in alto.

A quale epoca si possono far risalire i primi insediamenti nei din­torni di Paceco? Fino alla prima metà degli anni Sessanta era diffusa l’opinione che l’uomo fosse giunto in Sicilia, proveniente dalla penisola, verso la fine dell’antica età della pietra, cioè circa dodicimila anni fa.

La scoperta delle prime testimonianze che alimentarono questa convinzione avvenne in quel clima di euforia per le ricerche paleonto-logiche e paletnologiche che verso la metà del secolo scorso vide fiori­re in tutto il mondo una molteplicità di iniziative dirette a risolvere il problema dell’origine dell’umanità e ad approfondire le conoscenze sullo sviluppo delle culture preistoriche più remote.

Le prime scoperte

L’esplorazione della zona nordoccidentale dell’isola – dalle Egadi a Termini Imerese – cominciò infatti nel 1859 con gli scavi di Henry Falconer, portati avanti soprattutto da Francesco Anca (1860), Gaetano Giorgio Gemmellaro (1866), Guido Dalla Rosa (1870), Saverio Ciofalo (1876), Ferdinando von Adrian (1878), Giovanni Patiri (1902) ed altri: fin dall’inizio i manufatti litici rinvenuti, sottoposti all’atten­zione dei più insigni accademici italiani e stranieri, furono attribuiti all’Howo sapiens, vissuto nel paleolitico superiore. Un’ordinata visione d’insieme si ebbe soltanto nella seconda metà degli anni Venti, quando il crescente interesse degli ambienti scientifici europei per la preistoria siciliana creò le condizioni per una più vasta perlustrazione del territorio: nel 1925, a seguito di un accordo con il Governo italiano, l'”Istituto di paleontologia umana” di Parigi mandò infatti nell’isola il professor Raymond Vaufrey, il quale, percorrendo nuovamente tutto il litorale trapanese, scoprì circa una dozzina di nuove grotte ed illustrò tutto il materiale disponibile nel volume Le paléolithique italien, pubblicato a Parigi nel 1928. Nel contesto, lo stu­dioso, confermando nelle linee essenziali quanto avevano sostenuto i suoi predecessori, riservò una posizione centrale alla “Grotta Mangia­pane” di Scurati, la suggestiva cavità naturale situata tra Custonaci e Monte Cofano, ai piedi del meraviglioso costone roccioso che chiude ad est la pianura di Bonagia, nella quale, attraverso scavi stratigrafici sia pure limitati, fu portato alla luce del materiale così ricco e variega­to che offrì validi elementi di riferimento per lo studio dei ritrovamen­ti che continuarono ad essere segnalati in tutta la Sicilia.

Nel paleolitico superiore, l’Homo sapiens si riparò non soltanto in grotte, anfratti e ripari sotto roccia, presenti nella zona di Malummèri e Sciarotta, ma anche sotto paraventi e capanne.

La “stazione” di Paceco

Negli anni Trenta, fu infatti la volta di Paceco: a nord del centro abitato, lungo le sponde del torrente Baiata, tra Malummèri e Sciarotta, il professor Rosario Gervasi (1882-1957), appassionato cultore di reli­quie del lontano passato, rinvenne moltissimi reperti: strumenti di pie­tra ed avanzi di pasto costituiti in prevalenza da sottili schegge di sel­ce e di quarzite piuttosto lunghe e strette chiamate “lame” – molte delle quali erano state ritoccate per ottenere raschiatoi, punte, punte­ruoli e bulini – e da ossa, denti e corna di mammiferi (cavallo e cer­vo) e conchiglie di molluschi terre­stri e marini (chiocciole e patelle).

In seguito, l’autore della sco­perta rivisitò quei luoghi racco­gliendo altro materiale interessante anche in compagnia del dottor Carmelo Trasselli, direttore dell’Archivio di Stato e poi docente di Stona economica ali Università di Messina, il quale si preoccupò di rendere di pubblico dominio l’impor­tanza dell’antico insediamento con un lungo articolo – pubblicato con una riuscita fotografìa su Trapani Sera nel settembre del 1951 – rivela­tesi determinante per richiamare l’attenzione della paletnologia ufficia­le, che nel frattempo aveva concentrato nuovamente la propria atten­zione sulla nostra provincia per la scoperta, a Levanzo, dei famosi graf­fiti della “Grotta del Genovese”. Tré mesi dopo, il materiale recupera­to fu infine messo a disposizione degli studiosi del settore attraverso la consegna al Museo “Pepoli” di Trapani, diretto da Carlo Messina, che si limitò a catalogare i reperti con termini generici senza alcun riferi­mento alla cultura preistorica di appartenenza. Ritenendoli inoltre «di considerevole valore scientifico», si impegnò a curarne l’esposizione, ma la promessa non è mai stata mantenuta per la scarsa sensibilità di chi stava più in alto.

Dei rinvenimenti si interessò subito dopo la professoressa Jole Bovio Marconi, docente di paletnologia all’Università di Palermo e sovrintendente alle Antichità della Sicilia occidentale, la quale affidò l’incarico di studiarli sistematicamente in vista della preparazione di una tesi di laurea sull’argomento a una studentessa di lettere di Trapa­ni, la signorina Elsa Petralia, che completò il lavoro nel 1953. Le ricerche archeologiche sulla preistoria a  Paceco continuarono anche negli anni Sessanta e Settanta, ad opera di Alberto Barbata, bibliotecario comunale, con il ritrovamento di interessanti reperti che sono conservati ed esposti presso il piccolo Museo preistorico della Biblioteca comunale. Negli anni Novanta, le ricerche lungo la valle del Baiata sono continuate ad opera degli archeologi Antonino Filippi e Maria Tedesco Zammarano.

Una pietra incisa (cm 23x21x18, raffigurante un bovide, rinvenuta durante la campagna di scavi effettuati nel deposito negli strati anti­stanti la “Grotta del Genovese” di Levanzo. Nello stesso livex21x18)llo furono trovati arnesi di selce del paleolitico superiore e conchiglie di patella ferruginea. Sottoposta una di queste alla prova del radiocarbonio, è stata ottenuta una datazione di circa 11.200 anni. Data l’evidente identità di stile con quello degli animali rappresentati sulle pareti della grot­ta, la datazione è ritenuta valida anche per le incisioni parietali e per i reperti litici, coevi di quelli rinvenuti a Paceco.

Il congresso di Madrid

L’anno dopo la studiosa palermitana illustrò l’insediamento di Paceco, inserito nel più ampio quadro della preistoria siciliana, al Con-gresos internacionales de ciencas prehistoricas y protohistoricas svoltosi a Madrid: come nel resto dell’isola, il materiale raccolto era tipico e decisamente esclusivo del paleolitico superiore. Nelle zone in cui era­no stati raccolti strumenti litici di una certa dimensione e resti ossei si potevano identificare gli stanziamenti più antichi; in quelle caratteriz­zate dalla presenza di arnesi di taglia ridotta e conchiglie, i più recenti, che potevano risalire ad una fase «volgente al mesolitico», il periodo di transizione fra il paleolitico ed il neolitico.

Manufatti di pietra di varie forme e dimensioni tipici del paleolitico superiore siciliano.

Cosa si può sapere della vita quotidiana delle popolazioni che vis­sero a Paceco a quel tempo? Le informazioni derivanti dal materiale rinvenuto in loco, unite a quelle emerse dallo studio di analoghi inse­diamenti – nei quali le ricerche sono state condotte con rigoroso cri­terio scientifico – ed alle conoscenze sugli usi ed i costumi dei primiti­vi attuali, permettono di sostenere che anche nelle nostre zone i grup­pi di Homo sapiens, oltre che nelle grotticelle, negli anfratti e nei ripari rocciosi che si vedono ancora

a nord del paese nelle aree deturpate dal vandalismo verifìcatosi nell’… “età del cemento”, si riparavano in abitazioni all’aperto, sotto paraventi e capanne raggruppate in accam­pamenti, lavoravano la pietra ma anche altri materiali (legno, cuoio, osso, corno e fibre naturali), si dedicavano alla caccia, alla pesca ed alla raccolta di molluschi e di prodotti della vegetazione spontanea (radici, erbe, frutta e fiori), impiegavano sostanze coloranti (ocra), usa­vano oggetti ornamentali (collane di conchiglie e denti), raccoglievano e conservavano cose che colpivano la loro curiosità (fossili e minera­li),svolgevano attività artistiche (graffiti, pitture e sculture) collegabili a riti magico-religiosi e seguivano pratiche funerarie.

A Paceco c’era anche l’Uomo di Neanderthal

Ma erano state davvero quelle del paleolitico superiore le prime genti che si erano stanziate nell’isola? Per la professoressa Jole Bovio Marconi non potevano esserci dubbi: a Paceco e altrove era da esclu­dere categoricamente l’esistenza di precedenti culture attribuibili all’Homo neanderthalensis del paleolitico medio ed a maggior ragione all’Howo erectus del paleolitico inferiore.

Una verità inconfutabile? In realtà, nel materiale portato alla luce proprio a Paceco – ed anche a Levanzo – si potevano notare facil­mente dei reperti dall’aspetto ben diverso da tutto il resto. Per sagoma e spessore, apparivano infatti come il risultato di un singolare proce­dimento di lavorazione della pietra piuttosto sofisticato, messo inevita­bilmente in atto con ragionamento preciso e costante perché permet­teva di staccare schegge di forma predeterminata, nel nostro caso triangolare, mediante un’accurata preparazione di blocchi o ciottoli di selce appositamente scelti e preparati: la classica “tecnica levalloisia-na”, apparsa alla fine del paleolitico inferiore ed assai diffusa e perfe­zionata nel paleolitico medio in quell’insieme di culture che prende il nome di “musteriano”, sviluppatesi tra sessanta e trentacinquemila anni fa, ed ha come protagonista YUomo di Neanderthai, così chiama­to perché i resti del primo essere vivente che presentava le connotazio­ni di questo “progenitore” fu rinvenuto nella valle di Neander, in Ger­mania. La denominazione della tecnica e delle culture deriva invece dalle località francesi – Levallois, nei pressi di Parigi, e Le Moustier, in Dordogna – nelle quali, attorno alla metà del secolo scorso, furono trovati i prototipi dei manufatti.

Incisioni rupestri di Levanzo raffiguranti un giovane cervo che volge la testa e un “Equus hydruntinus”. A Paceco, denti di cavallo e cornetti di cervo sono stati rinvenuti assieme a reperti litici del paleolitico superiore.

La relativa tipologia era quindi nota da parecchio tempo, ma in Sicilia sembrava che l’ufficialità obbligasse a sottovalutare – se non addirittura ad ignorare – l’evidenza dei fatti. In che senso? Se si sepa­rano i fatti dalle opinioni e si distinguono i ruoli e le responsabilità per dare … “a ciascuno il suo”, l’esempio relativo alla catalogazione di alcuni reperti di Malummèri e Sciarotta si rivela illuminante.

Com’erano andate le cose? Esaminando i ritrovamenti fatti da Gervasi e Trasselli, la dottoressa Elsa Petralia si era soffermata attenta­mente su sei elementi indicandoli come «punte a foggia triangolare, le quali richiamano la caratteristiche punte a dente di squalo del muste-riano». Una in particolare, di selce rossa e bianca, presentava un aspetto inconfondibile: era a sezione triangolare alla sommità e qua­drangolare alla base, assottigliata mediante scheggiature eseguite in ambo le superfici, e presentava minuti ritocchi anche lungo i margini. Per queste connotazioni e per «la perfezione con cui venne eseguita -precisò – dovremmo porla nel gruppo delle punte musteriane».

Concezioni pregiudizievoli

Punta di selce finemente ritoccata, rinvenuta a Malummèri (da Francesco Torre e Sebastiano Tusa, Museo trapanese di preistoria, 19S6).

Da cosa era scaturita la perplessità che aveva consigliato l’uso del condizionale? «Dato che trattasi di un singolo pezzo – spiegò -non possiamo ammettere l’esisten­za di tale periodo, già dal Vaufrey escluso e non ammesso in Sicilia». E gli altri cinque “pezzi” dalla stessa fisionomia? Al riguardo non fece ulteriori precisazioni.

E allora? La verità è che la ricercatrice era giunta ad una esatta classificazione tipologica di tutti e sei quei reperti, ai quali dedicò un intero paragrafo della tesi. Come ebbi modo di accorgermi personalmente nei primi anni settanta – nel corso di una fucace osservazione della raccolta custodita nel

Museo “Pepoli”, grazie alla cortesia del direttore, dottor Giuseppe Bica -, anche tanti altri, in considerazione delle evidenti somiglianze, pote­vano rientrare a pieno titolo nella medesima categoria e consentire deduzioni di più ampio respiro. La lacunosità della loro raccolta, la mancanza assoluta di dati stratigrafìci sulla provenienza e soprattutto la pressione psicologica esercitata sul mondo accademico dal “pensiero dominante”, restìo ad accettare qualsiasi innovazione “rivoluzionaria”, avevano però imposto alla laureanda delle conclusioni più che pruden­ziali. «In tale manufatto dobbiamo vedere solamente una sopravvivenza dell’industria musteriana nelle facies più recenti», si era infatti sentita costretta a sostenere riferendosi alla citata punta. Messa da parte la propria convinzione, si era dunque limitata ad accreditare la restrittiva e pregiudizievole concezione sul paleolitico siciliano della Bovio Mar­coni, sotto la cui guida aveva elaborato la propria tesi di laurea. «Con­fermata è – insistette caparbiamente la sovrintendente nell’intervento svolto in seno al congresso di Madrid – l’assenza del musteriano, affer­mata dal Vaufrey», per cui certi manufatti di Levanzo non possono rappresentare altro che un «ricordo o ritorno di un elemento della tec­nica musteriana». E quelli di Paceco? Nella relazione, acquisita agli atti dell’incontro, non furono nemmeno menzionati.

Con l’andar del tempo, il riesame di vecchie collezioni ed il ritro­vamento di nuovi reperti hanno però sgretolato radicalmente la vec­chia costruzione dimostrando in modo inequivocabile che il musteria­no – e non solo il musteriano, come vedremo nel prossimo articolo – è invece ampiamente documentato non soltanto a Paceco ed a Levanzo, ma anche in tante altre parti del suolo siciliano.

La punta triangolare di selce bianca e rossa dalle evidenti caratteristiche della “tecnica levalloisiana”, ampiamente seguita dall’ Uomo di Neanderthai nel “musteriano”, esa­minata nel 1953 dalla dottoressa Elsa Petralia nella tesi di laurea elaborata sotto la guida della professoressa Jole Bovio Marconi, sovrintendente alle antichità della Sicilia occidentale. recuperati da Rosario Gervasi e Carmelo Trasselli, rimangono sepolti nei sotterranei del Museo “Pepoli”. Dimensioni: lunghezza mni 42, larghezza mm 28. 

 

 

ENZO GUIDOTTO