Un’ingenua (e ignorata) leggenda sulle origini di Paceco

Un brano di Rocco Fodale pubblicato su TRAPANI RASSEGNA MENSILE DELLA PROVINCIA 196

C’è una ingenua leggenda sulle origini di Paceco che pochi o pochissimi vecchi del paese ricordano, e che i giovani ignorano: nel tempo delle avventure spaziali e delle canzoni yé-yé, i giovani hanno altro da fare che accostarsi alle tradizioni popolari del loro paese e gustare le leggende. Non vuole essere questo un rimprovero ai giovani; del resto, anche noi un po’ meno giovani (noi di Paceco voglio dire) non conoscevamo questa leggenda o la conoscevamo appena e comunque non ce n’eravamo mai interessati sino a dodici o tredici anni fa: e ce ne interessammo, almeno quel gruppetto che pensò bene (o male) di fondare a Paceco un periodico locale, ce ne interessammo quando, presi da sacro furore strapaesano, e un po’ anche… per riempir le pagine del periodico, ci accostammo ai cittadini più vecchi, allo scopo di attinger notizie per i nostri venticinque (e lo erano davvero) lettori.

Personalmente, ne avevo udito un breve accenno da mio nonno ai tempi dell’asilo, e l’avevo riudita da un vecchio durante la guerra, in campagna, dove si era sfollati. Mi capitò poi di risentirla nel corso delle ricerche per la terza pagina del periodico, da un paio di vecchi e con dovizia di particolari (1); ma in verità la maggior parte dei vecchi non ne sapevano niente o ricordavano appena di averne sentito parlare. Ma quei vecchi che me ne parlarono, dissero che la leggenda passava per storia nei tempi della loro infanzia e che i vecchi di allora non avevano dubbi che i fatti si fossero svolti come la leggenda racconta (2).

Paceco è nato – dunque, secondo la leggenda – in seguito alle peripezie di un antico popolo proveniente dall’interno delle Sicilie, stanco di far vita nomade e in cerca di un posto tranquillo ove costruire definitivamente il proprio focolare.

Quando, ai tempi dei tempi – di preciso, la leggenda dice solo 0, meglio, fa capire che s’era d’estate -, s’affaccio sulla pianura che si stende tra le falde del monte S. Giuliano e il mare delle Egadi, e  poté notare la posizione strategica e geografica dell’odierna Erice, il popolo nomade w stanco scelse subito come nuova e definitiva sede questa vetta, convinto di potervi trovare la pace e la sicurezza a lungo desiderate. La scelta, sulle prime, apparve assai felice, e non solo per motivi strategici, ma anche per il fresco che la vetta dispensava e per l’incanto del paesaggio che vi si godeva. Ma, dopo qualche mese, incominciarono le delusioni: il vento soffiava troppo forte, la nebbia – con l’autunno – cominciò ad avvolgere sempre più spesso le povere e misere capanne, il freddo – via via che s’avvicinava l’inverno – si fece sempre più pungente e a un certo punto addirittura insostenibile.

Paceco - Chiesa madre«Abbiamo sbagliato. Non è questo il luogo che cercavamo» si dissero, delusi, i tribolati nomadi. E, detto, fatto: fecer fagotto (due cenci e qualche provvista) riunirono le quattro capre, e giù verso la pianura. «dato che la montagna non c’è stata propizia» disse qualcuno, «scegliamo il posto più basso della pianura»; le barbe bianche e patriarcali ritennero molto assennato questo consiglio e lo accolsero senza riserve. Identificata la zona più bassa della pianura del luogo dove sorge la moderna frazione di Xitta, ivi si fermarono, e costruirono le loro nuove capanne. Si era ormai verso la fine dell’inverno e già nell’aria si scioglieva la prima fragranza della primavera. La nuova scelta apparve subito indovinata e i nomadi si dieder da fare per creare le migliori condizioni di vita possibili; cominciarono a dissodare la terra e a coltivarla, scavarono facilmente pozzi, aprirono cordiali rapporti con le sparute popolazioni della costa. L’estate fu calda, ma il raccolto buono; e il resto dell’anno si prospettava delizioso.

Ma non sempre, anche se fatti a tavolino, i conti tornano, con le prime piogge settembrine le acque del vicino torrente – l’odierno Lenzi , strariparono, inondarono le capanne, rovinarono i terreni pronti per la semina e decimarono il bestiame. Ai nomadi, delusi ancora una volta e più che mai afflitti, non rimase che rifare fagotto, e fuggire.

Ma dove? Le discussioni furono lunghe a animate, come sempre capita quando le cose vanno male. Infine decisero di stabilirsi per alcun tempo, in prova, sull’ampia collina rocciosa che si levava a poche migliaia di passi verso oriente. Qui costruirono nuove capanne, coltivarono le fertili terre circostanti, in trepida attesa degli eventi. La zona era pacifica. L’inverno fu mite e sereno, e dolcissima la primavera; d’estate il caldo fu mitigato da venti piuttosto freschi; e il raccolto fu eccellente. Mai nebbia nè umido, nè, poi, in autunno o in inverno, capanne allagate.

Finalmente soddisfatti, felici anzi per aver trovato la fine delle loro peregrinazioni e il giusto premio alle loro fatiche, i nomadi decisero di rimanere e non si stancavano mai di ripetere: «’A paci cca si godi».

E da «’A paci cca si godi» a Paceca il passo fu breve. Paceca (così in verità il popolo di Paceco chiama ancora il proprio paese) vuole appunto esprimere la gioia per la pace finalmente trovata.

Può darsi – non si sa mai! – che il nome di Paceco abbia avuto, grosso modo, questa genesi. Ma esso, comunque sia nato, quasi certamente nacque nella Spagna, e prima dell’era cristiana. Ho trovato in Cicerone un accenno a un L. Iunius Paciaecus, «spagnolo, che fatto cittadino da Cesare, fu suo fedele seguace» (3). Del resto, oggi molte famiglie spagnole portano il nome di Pacheco (la pronuncia è Paceco) (4) e in Spagna una cittadina come la nostra a poca distanza dalla costa, da un porto notevole e da un gruppo di isole – ma fondata molto tempo prima -, porta il nome di Pacheco.

Ma per quanto riguarda le origini della nostra cittadina, le cose stanno ben diversamente da come narra la leggenda. Fu fondata dai Fardella di Trapani, come borgo rurale, nei primi del ‘600, e inizialmente popolata da contadini della zona e da… fuorilegge, soprattutto di Vita ( che in un certo senso è perciò, può ben dirsi celiando, l’Alba Longa di Paceco) ai quali fu concesso di riabilitarsi e che in effetti si diedero a vita pacifica e laboriosa. Il nome di Paceco fu dato al borgo rurale pochi anni dopo la fondazione dal principe Placido Fardella, in omaggio alla moglie, che era spagnola e aveva, appunto, il nome di Pacheco (5).

Quali motivi hanno potuto ispirare l’ingenua leggenda? Una risposta precisa è impossibile, mancando – ch’io sappia – qualsiasi appiglio nei documenti del passato e non essendo bastevoli i ricordi dei vecchi sulla leggenda.

Probabilmente, essa nacque dalla elaborazione di una precedente leggenda o dalla fusione dei vecchie notizie vaghe e sbiadite, ad opera di qualche poeta popolare, di cui c’è abbondanza nella storia di Paceco, o di un abitante di facile inventiva… Un’altra leggenda – non meno sconosciuta di quella su ricordata – racconta che Paceco fu fondata dalla popolazione di  Màcari e San Vito, stabilitasi, secondo la versione, prima nella zona di Xitta e poi sulla collina di Paceco, e, secondo un’altra, direttamente su questa. Questa leggenda, nata forse dallo sbiadito ricordo della migrazione – diretta o dopo una tappa a Xitta (6) – di un certo numero di persone, provenienti dalla zona di Màcari, al borgo di Paceco, potrebbe costituire la base dell’altra, nella quale si sarebbe mescolata con qualche vecchia storia, oltre – si capisce – che con una buona dose di fantasia.

Può anche darsi che sia stata ispirata da una certa rivalità degli abitanti di Paceco con quelli di Xitta e di Erice, ed elevata a dignità di leggenda dalla fantasia popolare o dall’estro di un poeta di «parti» o dalla malizia di un buontempone…, con l’utilizzazione di notizie tramandate da padre in figlio. In questo caso, è probabile che ai «rivali» di Xitta, più vicini a Trapani e orgogliosi di questo, in quanto segno di maggiore emancipazione rispetto ai «pacecoti», si sia voluto far rilevare la loro vita grama per i costanti pericoli di alluvione, e contrapporre la più felice posizione di Paceco, anche a prova di una scelta più intelligente dei suoi primi abitanti; e che ai «rivali» ericini, i quali vivevano in un posto incantevole, avevano il fresco d’estate ed erano eredi di una civiltà più antica, si sia voluto far rilevare il loro mal della nebbia e del freddo, e contrapporre il clima migliore e la posizione più comoda di Paceco, anche a prova – pure qui – di una più intelligente scelta dei suoi primi abitanti. Certo è che sino a qualche decennio fa non mancava, negli abitanti di Paceco, un certo (e senza dubbio campanilistico) atteggiamento di superiorità verso quelli di Xitta e di Erice (ma più verso i primi che i secondi, evidentemente per i più frequenti rapporti e la maggiore vicinanza tra quelli e i pacecoti, i quali per andare a Trapani, del resto, erano costretti a passare per Xitta).

Si tratta, ovviamente, di congetture. La verità potrebbe essere ben altra.